Otto seminari otto

cattedra

Negli anni ho tenuto vari corsi sulle piante medicinali, primariamente indirizzati a studenti/esse di Tecniche Erboristiche, ad erboristi/e, a farmacisti/e e medici.

In fase di progettazione dei corsi ho sempre cercato di inserire una parte dedicata alla metodologia di ricerca e agli strumenti di analisi delle evidenze, ma questo approccio non ha mai incontrato un grande successo, e posso capirne il perché: a causa del tempo limitato che i professionisti riescono a dedicare all’aggiornamento, spesso la tentazione è di accumulare quante più informazioni possibili da poter spendere praticamente nel lavoro quotidiano.  Discorsi teorici sulla validità delle evidenze, sul loro reperimento, sulla loro valutazione possono sembrare solo ostacoli e ritardi inutili,  in fondo chi viene a seguire il corso implicitamente considera il docente come fonte attendibile.

Io penso invece che, in un’ottica che vada al di là dell’immediatamente utile, tale approccio vada ripensato.  Proprio perché il tempo (ed i soldi) sono limitati è utile sviluppare in proprio gli strumenti che ci permettono di formarci da soli una opinione sulle informazioni che riceviamo, senza dovere ogni volta iscriversi ad un altro corso che darà informazioni sparse che inevitabilmente saranno obsolete nel giro di relativamente poco tempo.  Se questo discorso vale per tutti i professionisti, vale a mio parere ancora di più per gli erboristi.

A differenza di medici e farmacisti, chi lavora con le piante medicinali ha un corpus di evidenza sul quale basare le proprie decisioni più limitato e di qualità più variegata. Inoltre le fonti di evidenza sono più diversificate, non essendo limitate a dati sperimentali e clinici, ma comprendendo anche dati storici ed etnobotanici. Gli erboristi non hanno quindi a disposizione facili ed esaustivi formulari, e devono spesso valutare da soli l’importanza di un dato, e devono inoltre  possedere diverse competenze per decifrare lo scenario.

Inoltre l’impressione che mi sono fatto in questi anni è che spesso chi lavora nel campo erboristico mantiene un atteggiamento diffidente e pregiudiziale nei confronti della “Scienza”.

Seppure possa capire da dove proviene questo sentimento, credo che esso sia ingiustificato, e che in realtà impedisca di mettere in campo critiche serie al modo in cui la ricerca viene fatta.  Come non mi stanco di ripetere, l’unico modo per pretendere che i dati storici sulle piante medicinali vengano presi seriamente in considerazione è di essere scientificamente stringenti e metodologicamente esigenti (ho coperto questi argomenti in una serie di post su questo blog, in particolare in Indici quantitativiIndicazioni tradizionali, e Uomo e piante)

Tutto questo per dire che sono molto contento che la S.I.S.T.E. abbia accettato la mia proposta di un corso di otto seminari sulle piante medicinali, i cui due primi appuntamenti saranno interamente dedicati alla problematica dei metodi di ricerca scientifica, e al problema di come valutare ed utilizzare i dati provenienti da storia della medicina ed etnobotanica.

I seminari si terranno a Milano, presso la sede della S.I.S.T.E., i lunedì, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.30, con il seguente calendario: 15 Aprile; 13 Maggio; 27 Maggio; 10 Giugno; 16 Settembre; 14 Ottobre; 11 Novembre; 16 Dicembre.

E’ possibile scaricare il programma dei seminari e la domanda di iscrizione qui.

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Il corso sarà diviso in due parti, la prima dedicata, come già accennato, alle basi della ricerca, mentre la seconda cercherà di delineare lo stato dell’arte sulle piante medicinali che hanno una base di evidenza più solida, dividendo gli argomenti per apparato.

Di seguito il programma completo.

Seminario 1. (15/4) La ricerca in fitoterapia.
Le basi: la logica della ricerca. 
Scienza: non una vacca sacra e neppure un “discorso” tra tanti. Demistificare per valutare.

Breve introduzione alla scienza con il metodo del riepilogo storico.

Cosa è il metodo scientifico? Ovvero, esiste un metodo scientifico? Alcune ragioni per dubitare ma non per disperare. Tentativi di inquadramento dei termini chiave.

Il problema della demarcazione, ovvero, di chi mi devo fidare anche se fa male?

Le basi: la logica della medicina
- Cause
- Malattia e normalità
- Credere, dubitare e sospendere il giudizio
- Prove
- Bias
- Confounding

Seminario 2. (13/5) Gli strumenti a nostra disposizione
Le fonti di informazione a nostra disposizione e più rilevanti per la fitoterapia
- Ricerca storica ed etnobotanica
- Fitochimica ed evoluzione
- Studi in vitro ed in vivo
- Studi clinici
- Metastudi
- Limiti e punti di forza dei vari studi.
L’interpretazione dei dati
- Cenni di epidemiologia
- Come leggere gli studi e come attribuire valori di evidenza e di rilevanza agli studi
- Come costruire una gerarchia delle evidenze
- Cenni ai problemi più generali della ricerca.

Seminario 3. (27/5) Stato dell’arte della ricerca sulle piante. 
- Una visione sullo stato dell’arte: definizioni.
- Le piante con maggiori livelli di evidenza per l’efficacia
- I dati tossicologici
- Interazioni negative e positive

Gli utilizzi delle piante e gli apparati.
Ogni seminario presenterà brevi cenni di fisiopatologia dell’apparato/sistema in questione, ed esaminerà le piante rilevanti che abbiano un sufficiente supporto clinico e sperimentale, oltre a suggerire quali altre piante potrebbero essere utili seppure con un supporto minore.

Seminario 4. (10/6)
- Tonici ed adattogeni
- Antibiotici, immunomodulanti.

Seminario 5. (16/9)
- Apparato gastrointestinale: problemi funzionali (dispepsia, sindrome dell’intestino irritabile, reflusso), gastrite, stipsi, diarrea, disbiosi, problemi epatobiliari
- Apparato genito-urinario: le infezioni del tratto urinario, disturbi funzionali della minzione, iperplasia prostatica benigna, calcolosi

Seminario 6. (14/10)
- Apparato cardiocircolatorio: ipertensione, aritmie, palpitazioni, insufficienza venosa cronica.
- Metabolismo: dislipidemie, disglicemie, prediabete, sindrome metabolica

Seminario 7. (11/11)
- Apparato muscoloscheletrico: dolori reumatici, traumi, dolori muscolari
- Apparato nervoso periferico e centrale: ansia, stati depressivi, insonnia,

Seminario 8. (16/12)
- Apparato tegumentario: acne, eczema, psoriasi, micosi cutanee.
- Apparato respiratorio: le malattie da raffreddamento, le bronchiti, la tosse, otite, sinusite, rinite allergica

 

 

 

Dieci domande di scienza ai politici, e poche risposte

Il gruppo Dibattito Scienza è nato su Facebook grazie all’iniziativa di ricercatori, giornalisti, docenti, giornalisti e blogger scientifici impegnati a portare avanti un dibattito pubblico sul ruolo della scienza nella politica italiana. Il gruppo ha pensato che il modo migliore per capire quali fossero gli impegni dei gruppi politici rispetto alle problematiche scientifiche fosse quello di porre ai responsabili delle domande specifiche, in modo da poter valutare le loro risposte. Dieci domande sono state selezionate, in maniera democratica, tra le molte proposte nate all’interno del gruppo di Facebook, che conta ora 1400 iscritti.

Esiste anche un omonimo sito web, dove è possibile leggere le dieci domande, illustrate in un video creato da un membro del gruppo, intitolato Le dieci domande di Dibattito Scienza.  Esiste anche un video che illustra le dieci domande (e nel futuro le risposte date dai politici, vedi sotto) nel linguaggio dei segni italiano (PoLIS), creato da Claudio Ferrara, per contribuire ad includere le persone sorde nel dibattito.

Le dieci domande sono state inviate ai vari gruppi politici e ad i loro responsabili, ai quali è stato dato tempo sufficiente per offrire delle risposte ragionate. Purtroppo, come scrive Marco Cattaneo in questo articolo, solo tre leader hanno risposto, Bersani, Giannino e Ingroia, mentre Monti, Berlusconi e Grillo non lo hanno fatto, portando a loro discolpa varie scuse (a voi giudicare se siano credibili). Certo è scorante che il 50% dei leader abbia scelto di snobbare domande a mio parere importanti e molto rilevanti (qui un commento molto critico in lingua inglese di Giovanni Perini, e qui una pagina dove lo stesso autore pone i presupposti metodologici per l’esame delle risposte date dai leader).

Aspettiamo di leggere le risposte, possiamo ancora partecipare esigendo chiarimenti da chi non ha risposto

 

Tidbits: cannabis

Nonostante parlare dell’utilizzo della Cannabis e dei suoi derivati come strumento per il trattamento del dolore cronico non sia più una eresia, rimane ancora difficile farlo con chiarezza e serietà e senza pregiudizi o stimmate apposte all’argomento. E’ quindi una buona notizia la pubblicazione di una review sul trattamento del dolore cronico, eseguita presso l’Università di Toronto.

La review ha considerato 18 studi clinici, diversi tipi di assunzione (cannabis fumata, estratti somministrati per via transdermica orale, analoghi del THC) e diversi tipi di dolore non legato a neoplasie (dolore neuropatico, fibromialgia, artrite reumatoide, dolore cronico di origine mista).

I risultati sono stati molto interessanti: la qualità degli studi esaminati è risultata in media eccellente (una rarità nel campo della ricerca su derivati vegetali), e 15 studi su 18 (l’83%) hanno mostrato risultati positivi per l’effetto analgesico. Un numero minore di studi ha mostrato effetti positivi sulla qualità del sonno, e comunque nessuno degli studi ha mostrato effetti collaterali particolarmente preoccupanti. I risultati migliori si sono visti con il dolore neuropatico, mentre gli effetti sono meno eclatanti per la fibromialgia e l’artrite reumatoide. Nonostante gli autori sottolineino che gli effetti, nei casi migliori, sono comunque risultati modesti, vale la pena ricordare che l’importanza di questi effetti va considerata nel contesto delle altre opzioni disponibili. Quando, come nel caso delle neuropatie, le altre opzioni (oppiacei, anestetici locali, antidepressivi) sono spesso non o poco utilizzabili o efficaci, anche una efficacia modesta è un’ottima notizia.

Rimane il fatto però che molti di coloro che utilizzano la Cannabis sativa come strumento terapeutico lo fanno non utilizzando farmaci a penetrazione transdermica orale (Sativex e simili) o i sistemi di evaporazione a basse temperature, bensì attraverso la combustione della pianta e resina secche. Di contro sono molti scarsi gli studi sugli effetti e l’efficacia della Cannabis assunta con l’inalazione del fumo.

Per questo è  interessante lo studio clinico randomizzato (e qui) sull’effetto analgesico della cannabis in casi di neuropatia cronica  eseguito da un gruppo di ricerca del McGill University Health Centre (MUHC) e della  McGill University.

I ricercatori hanno testato fumo di cannabis a tre livelli di THC: 2.5%, 6%e  9.4%. più un placebo allo 0%. I risultati sono stati anche in questo caso chiari: la dose di 25 mg al 9,4% di THC per tre volte al giorno per cinque giorni consecutivi ha portato ad una riduzione significativa dell’intensità media del dolore, la qualità del sonno è migliorata in maniera dose dipendente, l’ansia e la depressione si sono ridotte alla dose di THC pari al 9.4%

Oltre all’utilizzo della Cannabis e dei suoi derivati, i ricercatori da tempo cercano di utilizzare i cannabinoidi endogeni (endocannabinoidi), scoperti per l’appunto grazie alla ricerca sulla Cannabis, come farmaci. Il razionale è questo: lavorando sugli enzimi che degradano gli endocannabinoidi si cerca di aumentare la loro emivita aumentando quindi la loro azione ansiolitica e analgesica. Questa strategia ha funzionato per uno dei due endocannabinoidi principali, l’anandamide. Quando il suo enzima degradante, l’idrolasi delle ammidi degli acidi grassi (fatty acid amide hydrolase – FAAH) viene inibito i livelli di anandamide si elevano riducendo dolore ed infioammazione, e senza segnali di abituazione.

Diverso invece il discorso per quanto riguarda un altro endocannabinoide, il 2-arachidonilglicerolo (2AG), che sembrerebbe più promettente dell’anandamide, dato che la sua concentrazione cerebrale è naturalmente più elevata.  Infatti l’utilizzo di un bloccante selettivo dell’enzima che degrada il 2AG (la monoacilglicerolo lipasi – MAGL) porta ad un aumento dell’effetto analgesico di un fattore otto, effetto che però si riduce dopo sei giorni, e poirta a vari segnali di abituazione anche ad altre sostanze (THC e composti di sintesi con attività di legame ai recettori cannabinoidi CB1). Questi risultati implicano che a differenza dell’anandamide, il 2AG porta ad abituazione (e forse a dipendenza), probabilmente attraverso un meccanismo di downregolazione dei recettori CB1 in alcune aree del cervello.

Promozioni aromaterapiche, encore

Ci risiamo, dopo un paio di annetti sono di nuovo qui a promuovere il corso di massaggio ed aromaterapia.
Quest’anno, come CIAM, ci siamo messi in gioco con una realtà sociale, la cooperativa Azalea, con la quale abbiamo pensato di organizzare un corso annuale (con meno ore ma più compresso del corso biennale) per professionisti della cura, come infermieri, OSS, fisioterapisti, ed altre figure o persone interessate.
Rispetto al corso biennale appena terminato abbiamo ridotto la parte dedicata alla formazione di base (anatomia e fisiologia) dato che le figure professionali alle quali il corso è diretto hanno già formazione ed esperienza nel campo.
Il corso quest’anno sceglie di focalizzarsi sulla possibilità di utilizzare le tecniche di tocco e massaggio e gli olii essenziali negli ambiti di cura, ospedalieri, medicalizzati. In particolare il corso affronterà i temi della disabilità, degli anziani, dei bambini, del disturbo psichico, della lungodegenza e degli ambienti altamente medicalizzati (ad esempio le unità di terapia intensiva), e della diversità culturale, temi che individuano il campo d’intervento della cooperativa Azalea.
Rispetto all’anno scorso abbiamo anche scelto di dedicare più tempo anche alla riflessione teorica sul concetto di tocco e cura, tocco come prendersi cura, tocco come relazione, e dedicheremo a questi argomenti vari seminari.

Qui sotto il pieghevole del corso. Per ulteriori informazioni rivolgersi a Paola Vairani ed Alice Fox, presso la mail formazioneazalea@gmail.com e il numero 393 4583600.

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Cosa non si impara dai virus…

Partiamo dai meccanismi di invasione e replicazione virale. I virus, per potersi replicare, hanno bisogno dell’apparato cellulare. Le nostre cellule, d’altro canto, si sacrificano per salvare l’organismo quando siano in stato di stress o pericolo. Un gene fondamentale nei processi di tumorigenesi, il gene di inattivazione tumorale TP53, si mette in movimento ed attiva la proteina p53 ed i programmi di apoptosi (suicidio programmato) quando la cellula diventi pericolosa, o perché tumorale o perché infetta.

Gli adenovirus (responsabili per il comune raffreddore) sono in grado di inattivare la p53 comprimendo e rendendo illeggibile i suoi geni, e la stessa p53 è inattivata nella maggior parte delle cellule tumorali. Come piegare a nostro vantaggio questi fenomeni?

Un team di ricerca presso il Salk Institute for Biological Studies (qui un video, e qui la press release) ha pensato che selezionando un adenovirus a cui manca una proteina fondamentale per l’inattivazione preventiva di p53 (E1B-55K), esso non sarebbe capace di replicarsi nelle cellule normodotate di p53, ma solo in quelle nelle quali p53 è inattiva, ovvero le cellule tumorali. Se questo approccio avesse successo, si tratterebbe di una terapia oncolitica molto promettente e mirata.

Quello che è successo poi è molto istruttivo. Nonostante l’esperimento non sia stato un successo, questo insuccesso ha permesso di comprendere meglio i meccanismi di inattivazione di p53. E’ quindi un caso di scuola nel quale l’insuccesso di ottenere l’effetto B agendo sul supposto agente causale semplice A permette di rendere visibile la complessità di A, di esplicitarne le articolazioni.

Gli adenovirus mancanti di E1B-55K non hanno impedito a p53 di attivarsi, ma la cellula non ha comunque attivato il processo di apoptosi. Le indagini per capire le ragioni dell’insuccesso hanno rivelato che gli adenovirus si difendono dall’apoptpsi  attraverso meccanismi multipli (almeno una seconda proteina, E4-ORF3, è implicata). Eliminare E1B-55K aveva eliminato solo la prima componente dell’agente causale. Quello che si spera è che una volta meglio compresa la complessità dei meccanismi causali sia possibile utilizzare queste conoscenze per una terapia oncolitica promettente.

A novel mechanism used by adenovirus to sidestep the cell’s suicide program, could go a long way to explain how tumor suppressor genes are silenced in tumor cells and pave the way for a new type of targeted cancer therapy, report researchers at the Salk Institute for Biological Studies in the Aug. 26, 2010 issue of Nature.

When a cell is under stress, the tumor suppressor p53 springs into action activating an army of foot soldiers that initiate a built-in “auto-destruct” mechanism that eliminates virus-infected or otherwise abnormal cells from the body. Just like tumor cells, adenoviruses, which cause upper-respiratory infections, need to get p53 out of the way to multiply successfully.

“Instead of inactivating p53 directly, adenovirus renders the ‘guardian of the genome’ powerless by targeting the genome itself,” explains Clodagh O’Shea, Ph.D., an assistant professor in the Molecular and Cell Biology Laboratory, who led the study. “It literally creates zip files of p53 target genes by compressing them till they can no longer be read.”

The p53 tumor suppressor pathway is inactivated in almost every human cancer, allowing cells to escape normal growth controls. Yet there is still no rationally designed targeted cancer therapy to treat patients based on the loss of p53.

“All of the targeted therapies we have are based on small molecules that inactivate oncogenes, but cancer is not solely caused by the gain of growth-promoting genes,” says O’Shea. “The loss of tumor suppressors is just as important. The big question is how do you target something that’s no longer there?”

Adenovirus seemed to provide the answer. It brings along a viral protein, E1B-55K, which binds and degrades p53 in infected cells. Without E1B-55K to inactivate p53, adenovirus should only be able to replicate in p53-deficient tumor cells. Then, each time it bursts open the host cell to release thousands of viral progenies, the next generation of viruses is ready to seek out remaining cancer cells while leaving normal cells unharmed.

“This makes adenovirus a perfect candidate for oncolytic cancer therapy,” says O’Shea. “Although these viruses did their job, to everybody’s surprise, the patients’ responses did not correlate with the p53 status of their tumors,” says O’Shea. Intrigued, she and her team followed up on this unexpected finding.

Conrado Soria, Ph.D., a research assistant and co-first author of the study, quickly realized that E1B-55K was only half of the story. “The inability of the E1B-55K-mutant virus to replicate in normal cells was not because the virus failed to degrade p53,” he explains.

In unstressed normal cells, p53 is only found at low levels due to rapid degradation. In response to DNA damage, the activation of oncogenes or infection by DNA viruses, p53 degradation is halted and as a result p53 protein levels accumulate. This increase activates p53 target genes, which arrest the cell cycle or induce apoptosis.

Just as predicted, p53 started to build up in normal cells that had been infected with adenovirus lacking E1B-55K but it was still unable to turn on its target genes and start the cell on the path to apoptosis. He eventually discovered why: Adenovirus brings along another protein, E4-ORF3, which neutralizes the p53 checkpoint through a completely different mechanism.

Instead of inactivating p53 directly, the tiny protein prevents the tumor suppressor from binding to its target genes in the genome by modifying chromatin, the dense histone/DNA complex that keeps everything neatly organized within the cells’ nucleus. “These modifications cause parts of chromosomes to condense into so-called heterochromatin, burying the regulatory regions of p53 target genes deep within,” says graduate student and co-first author Fanny E. Estermann. “With access denied, p53 is powerless to pull the trigger on apoptosis.”

O’Shea hopes to exploit these new insights to understand how high levels of wild type p53 might be inactivated in cancer as well as the mechanisms that induce aberrant silencing of tumor suppressor gene loci in cancer cells. “Our study really changes the longstanding definition of how p53 is inactivated in adenovirus-infected cells and will finally allow us to develop true p53 tumor selective oncolytic therapies.”

Tidbits: un gusto repellente

Un altro tassello del mosaico complesso che descrive il funzionamento ed il ruolo dei sensi chimici. Naturalmente si parla di recettori TRP (Transient Receptor Potential) descritti altre volte (qui uno recente) come importanti per la traduzione di segnali chimici alimentari in effetti fisiologici.

In due studi (uno pubblicato su Neuron ed il secondo su Current Biology) il team di Craig Montell, ha testato due repellenti per insetti (DEET e citronellale, una aldeide presente in mote spp. di Cymbopogon). In entrambi i casi la repellenza è fortemente correlata con la presenza e funzionalità dei canali TRP (ed altri), responsabili per la percezione gustativa (DEET) e olfattiva (DEET e citronellale) delle sostanze. Fondamentalmente la repellenza sarebbe una vera e propria reazione di disgusto verso il sapore e l’odore delle sostanze testate.

Three taste receptors on the insects’ tongue and elsewhere are needed to detect DEET. Citronellal detection is enabled by pore-like proteins known as TRP (pronounced “trip”) channels. When these molecular receptors are activated by exposure to DEET or citronellal, they send chemical messages to the insect brain, resulting in “an aversion response,” the researchers report.

“DEET has low potency and is not as long-lasting as desired, so finding the molecules in insects that detect repellents opens the door to identifying more effective repellents for combating insect-borne disease,” says Craig Montell, Ph.D., a professor of biological chemistry and member of Johns Hopkins’ Center for Sensory Biology.

Scientists have long known that insects could smell DEET, Montell notes, but the new study showing taste molecules also are involved suggests that the repellant deters biting and feeding because it activates taste cells that are present on the insect’s tongue, legs and wing margins.

“When a mosquito lands, it tastes your skin with its gustatory receptors, before it bites,” Montell explains. “We think that one of the reasons DEET is relatively effective is that it causes avoidance responses not only through the sense of smell but also through the sense of taste. That’s pretty important because even if a mosquito lands on you, there’s a chance it won’t bite.”

The Johns Hopkins study of the repellants, conducted on fruit flies because they are genetically easier to manipulate than mosquitoes, began with a “food choice assay.”

The team filled feeding plates with high and low concentrations of color-coded sugar water (red and blue dyes added to the sugar), allowing the flies to feed at will and taking note of what they ate by the color of their stomachs: red, blue or purple (a combination of red and blue). Wild-type (normal) flies preferred the more sugary water to the less sugary water in the absence of DEET. When various concentrations of DEET were mixed in with the more sugary water, the flies preferred the less sugary water, almost always avoiding the DEET-laced sugar water.

Flies that were genetically engineered to have abnormalities in three different taste receptors showed no aversion to the DEET-infused sugar water, indicating the receptors were necessary to detect DEET.

“We found that the insects were exquisitely sensitive to even tiny concentrations of DEET through the sense of taste,” Montell reports. “Levels of DEET as low as five hundredths of a percent reduced feeding behavior.”

To add to the evidence that three taste receptors (Gr66a, Gr33a and Gr32a) are required for DEET detection, the team attached recording electrodes to tiny taste hairs (sensilla) on the fly tongue and measured the taste-induced spikes of electrical activity resulting from nerve cells responding to DEET. Consistent with the feeding studies, DEET-induced activity was profoundly reduced in flies with abnormal or mutated versions of Gr66a, Gr33a, and Gr32a.

In the second study, Montell and colleagues focused on the repellent citronellal. To measure repulsion to the vapors it emits, they applied the botanical compound to the inside bottom of one of the two connected test tubes, and introduced about 100 flies into the tubes. After a while, the team counted the flies in the two tubes. As expected, the flies avoided citronellal.

The researchers identified two distinct types of cell surface channels that are required in olfactory neurons for avoiding citronellal vapor. The channels let calcium and other small, charged molecules into cells in response to citronellal. One type of channel, called Or83b, was known to be required for avoiding DEET. The second type is a TRP channel.

The team tested flies with mutated versions of 11 different insect TRP channels. The responses of 10 were indistinguishable from wild-type flies. However, the repellent reaction to citronellal was reduced greatly in flies lacking TRPA1. Loss of either Or83b or TRPA1 resulted in avoidance of citronellal vapor.

The team then “mosquito-ized” the fruit flies by putting into them the gene that makes the mosquito TRP channel (TRPA1) and found that the mosquito TRPA1 substituted for the fly TRPA1.

“We found that the mosquito-version of TRPA1 was directly activated by citronellal,” says Montell who discovered TRP channels in 1989 in the eyes of fruit flies and later in humans.

Montell’s lab and others have tallied 28 TRP channels in mammals and 13 in flies, broadening understanding about how animals detect a broad range of sensory stimuli, including smells and tastes.

“This discovery now raises the possibility of using TRP channels to find better insect repellants.”

There is a clear need for improved repellants, Montell says. DEET is not very potent or long-lasting except at very high concentrations, and it cannot be used in conjunction with certain types of fabrics. Additionally, some types of mosquitoes that transmit disease are not repelled effectively by DEET. Citronellal, despite being pleasant-smelling (for humans, anyway), causes a rash when it comes into contact with skin.

Corso di Erboristeria Popolare

Ricevo e con piacere pubblico il programma del corso in Erboristeria Popolare organizato e tenuto dalla Dott.ssa Ilde Piccioli, autrice tra l’altro di un bel post sulle donne nella medicina antica.

Il corso è triennale, con frequenza mensile (una domenica al mese dalle 9 alle 18) da ottobre a giugno, e si terrà a Massa. Per maggiori informazioni rivolgetevi direttamente alla Dott. Piccioli, alla mail dafne1955@libero.it

L’erboristeria è l’antica arte della conoscenza delle piante, della loro coltivazione, raccolta e conservazione a scopi terapeutici e cosmetici. Era praticata maggiormente dalle donne, che coltivavano spezie ed erbe medicinali nei loro orti o raccoglievano piante spontanee. Le usavano fresche o le conservavano seccandole o facendo delle semplici estrazioni con vino o grappa.

Programma didattico

  • Storia e tradizioni.
  • Sistemi medici tradizionali.
  • Fisionomica e teoria delle segnature, guaritori, sciamani e streghe.
  • Orti botanici ed erbari.
  • Piante medicinali, piante officinali, piante arboree.
  • Principi attivi e fitocomplesso, fitochimica classi di composti, metaboliti primari e metaboliti secondari.
  • Preparati da piante officinali, tecniche estrattive, estratti e macerati, tinture, fitogemmoterapia.
  • Forme estrattive per uso esterno, formulazioni cosmetiche.
  • Estratti secchi, molli e fluidi.
  • Principi generali di erboristeria, tisane, infusi e decotti, apparati, organi e loro funzioni.
  • Menopausa.
  • Ansia e depressione.
  • Patologie da raffreddamento.
  • Piante esotiche e piante autoctone.
  • Olismo e visione d’insieme dell’uomo.
  • Alimentazione e salute.
  • Cibo come medicina, fitoalimurgia, le spezie alimenti e farmaci.
  • Piante tossiche.
  • Preparazione erbari secche.
  • Preparazione semplici rimedi.
  • Raccolta erbe mangerecce.
  • Schede monografiche delle piante maggiormente significative.

Finalità

La scuola si propone di fornire le conoscenze di base del mondo vegetale, con particolare

riferimento alle piante officinali ed alimentari spontanee usate nella tradizione anche locale.

  1. Si forniranno le conoscenze dal punto di vista botanico, storico, chimico ed erboristico, tenendo conto anche delle varie interpretazioni popolari (etnobotanica).
  2. Si acquisiranno competenze circa il riconoscimento di specie vegetali di interesse erboristico ed alimentare, supportate anche da uscite in località di interesse naturalistico.
  3. Verranno studiate anche le essenze arboree, con particolare attenzione a quelle di interesse fitogemmoterapico.
  4. Si forniranno conoscenze di base per la preparazione di tinture, macerati, unguenti ecc. dalle piante raccolte, in modo da poter essere utilizzate per uso personale.
  5. Si stimoleranno i partecipanti a creare piccoli “orti medicinali” e a coltivare le piante che andranno poi ad utilizzare: saranno fornite nozioni di progettazione e coltivazione di piccoli spazi verdi (giardini, terrazzi e balconi)

Docenti: dott. Ilde Piccioli, e altri

Attestato rilasciato: alla fine del triennio verrà rilasciato attestato di frequenza

Costi: 650€ per ogni annualità, pagabili in due soluzioni, 350€ all’iscrizione la restante quota a febbraio. Per pagamento all’iscrizione sconto del 10%

Tidbits: Vinca

Qualche breve nota su alcuni articoli sbirciati in rete:

Un articolo appena pubblicato su PNAS illustra i meccanismi di sintesi, secrezione, compartimentazione ed escrezione degli alcaloidi della Vinca (Catharanthus roseus), e descrive gli effetti che questi meccanismi hanno sulla facilità (o meno) di ottenere farmaci per il trattamento dei tumori. Infatti, mentre i farmaci derivano dall’accoppiamento dei due alcaloidi catarantina e vindolina, i percorsi metabolici ed i meccanismi di secrezioni nella pianta risultano in una compartimentazione stretta che impedisce l’accoppiamento delle due molecole nella pianta. Una di esse, la catarantina, che mostra attività antifungina ed insettorepellente, viene secreta infatti nella cera cuticolare della foglia (dove queste attività hanno più senso), mentre la vindolina è presente esclusivamente all’interno delle cellule della foglia.

The monoterpenoid indole alkaloids (MIAs) of Madagascar periwinkle (Catharanthus roseus) continue to be the most important source of natural drugs in chemotherapy treatments for a range of human cancers. These anticancer drugs are derived from the coupling of catharanthine and vindoline to yield powerful dimeric MIAs that prevent cell division. However the precise mechanisms for their assembly within plants remain obscure. Here we report that the complex development-, environment-, organ-, and cell-specific controls involved in expression of MIA pathways are coupled to secretory mechanisms that keep catharanthine and vindoline separated from each other in living plants. Although the entire production of catharanthine and vindoline occurs in young developing leaves, catharanthine accumulates in leaf wax exudates of leaves, whereas vindoline is found within leaf cells. The spatial separation of these two MIAs provides a biological explanation for the low levels of dimeric anticancer drugs found in the plant that result in their high cost of commercial production. The ability of catharanthine to inhibit the growth of fungal zoospores at physiological concentrations found on the leaf surface of Catharanthus leaves, as well as its insect toxicity, provide an additional biological role for its secretion. We anticipate that this discovery will trigger a broad search for plants that secrete alkaloids, the biological mechanisms involved in their secretion to the plant surface, and the ecological roles played by them.

Polifenoli in bottiglia

Leggendo questo lancio di agenzia sul 240 raduno nazionale della American Chemical Society mi è subito venuto in mente il bel post meristemico sul fato dei polifenoli una volta estratti nella fatidica tazza di tè verde. Nel post si spiegava in dettaglio cosa succedesse dal punto di vista chimico alla classe chimica delle catechine, ed in particolare come la loro stabilità fosse molto bassa, e variasse molto per effetto “della temperatura, del pH, dell’esposizione a luce ed ossigeno, del tempo e del tipo di acqua in cui sono solubilizzate.”

Ebbene, nel report alla American Chemical Society (qui il programma del raduno), i ricercatori Shiming Li (stipendiato dalla WellGen, Inc, una azienda di biotecnologie alimentari) e Chi-Tang Ho hanno riportato che il livello di polifenoli nei prodotti commerciali imbottigliati a base di tè (verde e nero) è estremamente basso, a volte praticamente insignificante, rispetto a quanto si potrebbe assumere bevendo una tazza di tè fresca fatta in casa. Per dare un esempio della magnitudine della differenza, una generica tazza di tè (riportano i ricercatori) può contenere da 50 a 150 mg di polifenoli. I sei tè commerciali analizzati (bottiglie da circa mezzo litro, diciamo da 3 a 4 tazze) contenevano 81, 43, 40, 13, 4, e 3 mg. di polifenoli!

Anche partendo dal livello più basso per tazza di tè (50 mg) e da quello più elevato per bottiglia (81 mg) il prodotto commerciale contiene la metà dei polifenoli del tè fatto in casa. Se prendiamo poi in esame i poli estremi, (150 mg per tazza e 3 mg per bottiglia) dovremmo bere 40 bottiglie per assorbire lo stesso ammontare di polifenoli di una tazza.

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BOSTON, Aug. 22, 2010 — The first measurements of healthful antioxidant levels in commercial bottled tea beverages has concluded that health-conscious consumers may not be getting what they pay for: healthful doses of those antioxidants, or “poylphenols,” that may ward off a range of diseases.

Scientists reported here today at the 240th National Meeting of the American Chemical Society (ACS) that many of the increasingly popular beverages included in their study, beverages that account for $1 billion in annual sales in the United States alone, contain fewer polyphenols than a single cup of home-brewed green or black tea. Some contain such small amounts that consumers would have to drink 20 bottles to get the polyphenols present in one cup of tea.

“Consumers understand very well the concept of the health benefits from drinking tea or consuming other tea products,” said Shiming Li, Ph.D., who reported on the new study with Professor Chi-Tang Ho and his colleagues. “However, there is a huge gap between the perception that tea consumption is healthy and the actual amount of the healthful nutrients — polyphenols — found in bottled tea beverages. Our analysis of tea beverages found that the polyphenol content is extremely low.”

Li pointed out that in addition to the low polyphenol content, bottled commercial tea contains other substances, including large amounts of sugar and the accompanying calories that health-conscious consumers may be trying to avoid. He is an analytical and natural product chemist at WellGen, Inc., a biotechnology company in North Brunswick, N.J., that discovers and develops medical foods for patients with diseases, including a proprietary black tea product that will be marketed for its anti-inflammatory benefits, which are due in part to a high polyphenol content.

Li and colleagues measured the level of polyphenols — a group of natural antioxidants linked to anti-cancer, anti-inflammatory, and anti-diabetic properties — of six brands of tea purchased from supermarkets. Half of them contained what Li characterized as “virtually no” antioxidants. The rest had small amounts of polyphenols that Li said probably would carry little health benefit, especially when considering the high sugar intake from tea beverages.

“Someone would have to drink bottle after bottle of these teas in some cases to receive health benefits,” he said. “I was surprised at the low polyphenol content. I didn’t expect it to be at such a low level.”

The six teas Li analyzed contained 81, 43, 40, 13, 4, and 3 milligrams (mg.) of polyphenols per 16-ounce bottle. One average cup of home-brewed green or black tea, which costs only a few cents, contains 50-150 mg. of polyphenols.

After water, tea is the world’s most widely consumed beverage. Tea sales in the United States have quadrupled since 1990 and now total about $7 billion annually. The major reason: Scientific evidence that the polyphenols and other antioxidants in tea may reduce the risk of cancer, heart disease, and other afflictions.

Li said that some manufacturers do list polyphenol content on the bottle label. But the amounts may be incorrect because there are no industry or government standards or guidelines for measuring and listing the polyphenolic compounds in a given product. A regular tea bag, for example, weighs about 2.2 grams and could contain as much as 175 mg. of polyphenols, Li said. But polyphenols degrade and disappear as the tea bag is steeped in hot water. The polyphenol content also may vary as manufacturers change their processes, including the quantity and quality of tea used to prepare a batch and the tea brewing time.

“Polyphenols are bitter and astringent, but to target as many consumers as they can, manufacturers want to keep the bitterness and astringency at a minimum,” Li explained. “The simplest way is to add less tea, which makes the tea polyphenol content low but tastes smoother and sweeter.”

Li used a standard laboratory technique, termed high-performance liquid chromatography (HPLC), to make what he described as the first measurements of polyphenols in bottled tea beverages. He hopes the research will encourage similar use of HPLC by manufacturers and others to provide consumers with better nutritional information.